bianco vs. rosso …ma ai punti vince l’ambra

Una giornata con Josko il contadino.

La botte stavolta è senza pedali. E meno male, altrimenti credo non sarei mai riuscito ad arrivare sino in Friuli per incontrare il sorriso sincero di Josko Gravner, maestro di vigna e di cantina.

Arrivando a Lenzuolo Bianco dall’Italia si capisce che la strada è quella giusta quando s’incontrano sulla sinistra due anfore appoggiate davanti ad alcuni vigneti. Scommetto che molti visitatori arrivando la prima volta si fermano qui. Io tiro dritto, è la seconda volta che vengo ad Oslavia, so che casa e cantina sono qualche curva più avanti.

Anche lì, nel giardino, ci sono alcune anfore, l’antico strumento di vinificazione che Gravner salì indietro nel tempo a cercare, sino all’origine del vino, o almeno, una delle origini che gli studiosi di settore ritengono più probabile, in Georgia.

E’ ormai più di un decennio che vinifica in questo modo: con il mosto a contatto delle bucce per tempi prolungati. Da un punto di vista tecnico, le anfore abbracciano per 7 mesi le uve bianche mentre quelle rosse ed il solo pinot grigio sostano molto meno perché, Josko ha provato a sue spese, le bucce rosse prima cedono e poi si riprendono lentamente tutto.

“L’anfora per il vino è come un amplificatore per la musica, se la musica è pessima raddoppierà il fastidio ma se la musica ha qualità allora la si coglierà in pieno. Ci vuole grande uva di partenza per poter fare le lunghe macerazioni, altrimenti è meglio lasciar perdere. Anche in Georgia ci sono zone da cui si ricava uva da macerare ed altre dove si vinifica subito e senza le bucce”.

Di conseguenza, il grosso del lavoro è in campagna dove si lavora duramente alla ricerca della perfezione: ad esempio, non solo vengono diradi i tralci, vengono pure dimezzati i grappoli affinché le radici si concentrino sui pochi acini rimasti sulla pianta.

“…non c’è scelta: la qualità si può ottenere solo in questo modo, chi dice di ottenerla con elevate rese per ettaro non dice il vero”.

Tanta serietà e tanto lavoro si colgono immediatamente ad occhio nudo, le vigne sono molto belle, splendidamente incastonate tra i boschi verdi del Collio cui si alternano tra una curva e l’altra al suono del diffuso bilinguismo.

Questo lavoro impegnativo ed estenuante è il motivo primo per cui Gravner continua con orgoglio a proclamarsi contadino, non viticultore, non enologo e nemmeno agronomo o rivoluzionario del vino.

Un contadino. Certamente, aggiungiamo noi, con la marcia in più: intanto per l’assoluta onestà con cui porta avanti le proprie idee ma non sottovaluterei il suo incredibile palato che gli permette di fare vini salubri e, allo stesso tempo, di eccellente qualità.

C’è un continuo magico tra la terra ed il sapere del vignaiolo, ops, del contadino.

I suoi vini più importanti sono i bianchi: il Breg e la ribolla gialla mentre la produzione dei rossi è limitata al merlot ed al pignolo che, per altro, ancora non è uscito sul mercato.

Però, la vera ossessione vinicola è una sola e si chiama ribolla gialla. Il motivo di tanta passione è presto spiegato: a differenza di pinot grigio, sauvignon, riesling e chardonnay (le uve del Breg), la ribolla è di casa nel Collio da otre 10 secoli.

Ci sono state due guerre mondiali e poi il regime comunista a far vacillare la memoria, sino a rilegare l’antico vitigno in un angolino mentre sotto la luce dei riflettori andavano i vitigni internazionali.

Nella loro differenza di gusto, probabilmente, si trovano altre frecce all’arco della ribolla.

Se il Breg è muscolo e immediata intensità, la ribolla è finezza, ha mineralità da vendere ed un’eleganza da cogliere con attenzione, le sfumature al naso sono più fini anche se meno immediate mentre in bocca la differenza in termini d’eleganza si fa più netta. Attenzione però, non scherziamo, il Breg ci piace moltissimo, però, sembra evidente che la ribolla sappia interpretare meglio le marne del Collio.

L’Eldorado enoico è il giorno in cui in vigna ci saranno solo ribolla gialla e pignolo – un altro autoctono che sinora ha avuto poca fortuna – ovvero, il rispetto della storia si fa scelta intelligente di puntare sulla qualità, inutile perdere tempo con altri vitigni se nei secoli sono questi che nel Collio hanno retto di più.

Intanto l’orizzonte immediato sono le vendemmie anno per anno: rappresentano uno scatto fotografico sull’annata che si va a concludere.

Ed ogni anno il periodo di raccolta dell’uva si sposta tra metà settembre e metà novembre, in attesa della miglior maturazione e, soprattutto, della benedetta botrytis cinerea, la muffa nobile.

Già, la botrite che riduce i grappoli cicciotelli in orrendi ramoscelli con acini rinsecchiti. Qualcuno ridacchia nel vedere Josko vendemmiare dell’uva tanto brutta.

“…sarebbe meglio coprire i grappoli con un lenzuolo mentre vendemmiamo per non farli vedere ai vicini…” diceva ridendo un bracciante a Josko.

Visti i risultati in bottiglia, ora in tanti stanno cercando di capire.

Intanto, nella metafisica cantina che scende nel suolo invece di alzarsi dal pavimento, due anfore sono dedicate ai grappoli che più degli altri sono stati attaccati felicemente dalla muffa nobile, in grado di concentrare zuccheri e aromi.

Ed è nato anche il di lei più naturale figlio, il vino dolce, forse più per esigenze pratiche di spazio, visto che si vuole allungare la maturazione dei vini da 6 a 7 anni.

Assaggiamo di tutto oggi, dalle anfore l’ultima vendemmia e dalle botti grandi di legno quelle che stanno maturando, dalla bottiglia targata 2005 il vino in vendita accompagnandoci con uno stupendo capocollo prodotto da un vicino di casa.

Assaggiamo anche questa inaspettata ribolla versione dolce, direttamente dalle barrique dove sta maturando. Ancora non si sa quando uscirà su mercato, bisognerà seguirne le evoluzioni. Potrebbe anche succedere che non uscirà mai: mi sembra che piaccia molto a Josko il quale non si tira indietro in fatto di assaggi!

A seconda dell’annata dimostra diversa personalità. La 2009 regala profumi, per dirla alla francese, di goudron con un vago sentore d’idrocarburo à la riesling. Grandissima annata l’ultima, la 2010, che esalta lo stesso Josko, dove ci sono parecchio miele e insieme mineralità ed è già lunghissimo, certamente è anche il più dolce.

La 2008 è una splendida annata e rimarrà per sempre qui ad Oslavia.

Si è creata in questa fetta di Collio una miscela di terroir, vite, tradizione e innovazione, uomo, tali da dar vita a qualcosa di importante, caldo ed avvolgente, qualcosa che potrebbe essere ribattezzato in tal senso Cool-io.

Com’è possibile allora continuare a pensare che solo i vini rossi possano diventare grandi vini?

Questa, e Josko lo sa bene, è la grande fregatura: comunemente non siamo portati a pensare ai bianchi con lo stesso rispetto che portiamo ai vini rossi.

Con le conseguenti ricadute sulle politiche commerciali e di prezzo che si fanno ancora più complicate in questo periodo di crisi profonda. “Fare vini bianchi non aiuta di certo…”.

Aiuterà farli uscire sul mercato, come succederà dall’anno prossimo, dopo 7 anni di maturazione in cantina?

Staremo a vedere, nella speranza che la qualità continui a ripagare chi si adopera per ottenerla.

Prima di salutarci, mangiamo direttamente dalla pianta davanti casa le prime ciliegie di stagione: le mani sporche di macchie rosse rendono ancora più evidenti la dimensione, il nervo e la forza con cui sanno trattare la terra. A questo punto ci congediamo, Josko mi stringe la mano, sempre con quel sorriso sincero di contadino che sa di fare il meglio che gli è stato concesso dal tempo e dal destino.

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2 risposte a “bianco vs. rosso …ma ai punti vince l’ambra

  1. Guarda, mi sono venuti i brividi solo a pensare a quest’uomo ed ai suoi vini, che ho avuto il privilegio di assaggiare all’AIS un paio di mesi. Su tutti una Ribolla 2005 da paura! E poi le sue parole, schiette, dirette, di vignaiolo (e non wine maker): “Il vino lo faccio per me, quello che c’è di più lo vendo”, che nascondono l’amore ed il piacere per il prodotto finale e non per il gusto del “mercato”.

  2. Ciao Josko,

    Vorrei capire come e perchè la ribolla riesce ad invecchiare in questo modo straordinario.

    A presto Stefano

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