Il Müller Thurgau che guarda le Odle.

Visita enociclistica all’azienda agricola Radoar.

sabato 3 luglio 2010

Dobbiamo arrivare a Velturno, val d’Isarco, Südtirol. Google Maps ci ha avvertito che, dopo Chiusa, abbiamo ancora circa quattro chilometri. Dal sito dell’azienda agricola abbiamo saputo che dobbiamo arrivare sopra gli ottocento metri. Il conto della serva è presto fatto: per arrivare a Radoar ci aspettano quattrocento metri di dislivello, pendenza media al dieci per cento, alle due di pomeriggio, in pieno luglio. Norbert Blasbichler, il padrone di casa, ci aspetta per le tre. Orario perfetto per una visita in cantina, un po’ meno per una pedalata in salita. Ma la gamba c’è e la sete aumenta: in mezzoretta entriamo nel maso e appoggiamo le biciclette sulla staccionata, all’ombra di un noce. Un gallo, una cucciolata di mici, qualche vacca nella stalla. Intorno, ripidissimi campi di mele. Norbert ci accoglie con una stretta di mano, guardando divertito quei tre strani esemplari di enofili in tutina attillata. Senza troppi preamboli, ci invita a bere un Apfelsaft sotto la pergola.

Radoar è un’azienda agricola biologica a conduzione familiare. Diciassette ettari di bosco, meleti, castagni e vigne, più la struttura del maso e una piccola malga. A gestire il tutto, Norbert e la moglie Edith, sotto la costante sorveglianza dei figli Magdalena, Lukas e Anna. Norbert si scusa per le difficoltà nell’esprimersi in italiano. In realtà lo parla perfettamente, e in ogni caso in imbarazzo dovremmo essere noi, tre trentini figli dell’autonomia regionale completamente a digiuno di tedesco. Ma quel che conta è capirsi e cominciare a conoscere questo lembo di Südtirol, appoggiato sui pendii della destra Isarco.

“Quando hai preso in mano le redini dell’azienda?”

“Sono subentrato a mio padre nel 1997. Già un anno prima avevo iniziato i primi esperimenti: un disastro”, ammette sorridente. “Nel 1991 mio padre aveva iniziato la coltivazione delle mele, ma fino a metà anni ’90 l’azienda si manteneva con la vendita del latte”. Ora Norbert coltiva un ettaro e mezzo di meleto, rigorosamente biologico. Le mele per metà finiscono al consorzio: con il resto a Radoar si producono succhi e distillati, ed è proprio il settore dei prodotti lavorati che Norbert vorrebbe potenziare. Ma le mele non sembrano coinvolgerlo troppo. Un secondo di silenzio gli permette di portare il discorso lì dove è naturale che arrivi. “Ma è il lavoro col vino, che mi piace più di tutto”.

“Hai iniziato tu la produzione di vino, qui a Radoar?”

“No no, abbiamo una lunga tradizione di vino. Già il mio bisnonno e mio nonno producevano vino, che vendevano ad un albergo locale. Mio padre invece portava le uve a Chiusa, alla cantina sociale. Io ho iniziato a produrre vino nel 1999. Sono partito con ottomila metri di Müller Thurgau e di Zweigelt: vigne vecchie, alcune hanno quasi quarant’anni”. E non senza orgoglio, Norbert sottolinea che a Radoar ci sono le vigne di Zweigelt più vecchie d’Italia. Ora coltiva due ettari e mezzo. “Vorrei arrivare a tre ettari, appena possibile: con tre ettari sarei a posto”. Nei nuovi impianti, Norbert ha piantato Müller Thurgau e Kerner: nel più recente ha tentato con il Pinot Nero, anche se la prima idea era rivolta al Riesling. Il terreno però non era sufficiente: “Cosa fai, con mezz’ettaro di Riesling?”, ci spiega, evidentemente amareggiato. Più tardi, in cantina, capiremo meglio.

“Quando nasce il tuo interesse per l’agricoltura biodinamica?”

“Fin da subito. Nel 1999 ho cominciato ad applicarne le tecniche. Ho preso i preparati, ho eseguito i lavori nei dettagli: ma non avevo capito nulla, e si è rivelato un grosso lavoro senza risultati. Tre anni fa ho ripreso tutto in mano: ho frequentato un corso e ho finalmente capito cosa significa lavorare la terra con i principi della biodinamica. Non è solo applicazione di tecniche: è una cosa complessa, che va compresa e messa in pratica un passo alla volta”.

“I vigneti sono qui attorno al maso?”

“Poco più in là, sul lato esposto a sud. Vecchi e nuovi, i vigneti sono tutti a guyot. L’ultima pergola l’abbiamo messa via 30 anni fa: per la pergola siamo troppo alti. La mia è una scelta per la qualità, non per facilitare il lavoro: qui a Radoar si lavora quasi tutto manualmente. Per fare qualità ho scelto di  avere rese basse, circa 50 quintali per ettaro. Ma”, in uno sforzo di eccessiva modestia, Norbert ci dice che “comunque a queste altezze non si può fare di più”.

Quelli di Radoar sono davvero i vigneti più alti, in Sudtirolo?”

“Vigneti più alti ce ne sono, penso a quelli di Tiefenbrunner. Ma la cantina è in valle”, sorridendo e guardandosi intorno. “Qui a Radoar, tutto è in alto”. La questione dell’altitudine è un elemento imprescindibile per capire Radoar. Qui i vigneti si trovano tutti sopra i  750 m: l’ultima fila del vigneto più alto sfiora i 900 m. Norbert usa il termine altezza: all’inizio suona un po’ strano, poi capisci invece che è la parola giusta. Qui è davvero tutto alto, non solo i metri sul livello del mare. Norbert ce lo conferma con una certa gravità, mentre attraversiamo i  filari. “Con l’altezza sono alti soprattutto i rischi: qui non si possono commettere tanti errori”.

“Hai trovato un buon aiuto nella biodinamica?”

“Certamente. La cosa più importante è che mi ha fatto capire l’importanza del suolo. Bisogna partire dal terreno. Se il terreno è buono, è buona anche l’uva. Se lavori bene sul terreno, non ci saranno malattie. Prima della vigna, viene la terra su cui cresce. Purtroppo i terreni sono tutti distrutti, proprio perchè ci si accanisce troppo sulla pianta. Io credo che la vigna abbia bisogno di relax, non di stress”. Come noi, adesso, sotto un pero, mentre Norbert ci racconta di come dà il the di camomilla alle sue vigne. Ci guardiamo stupiti e divertiti, ma le piante lì intorno sembrano solo apprezzare le cure. Dall’altro lato della valle, dietro la quinta dei primi rilievi, staccano su fondo azzurro pezzi  unici di Dolomiti. “Sono le Odle”, ci conferma Norbert. Accarezza una foglia e guarda ad est: “Un buon Müller deve sempre vedere le Odle”.

Tra le vigne, una delle sensazioni più drastiche è il calore. In questo pezzo di terra il suolo scalda come un termosifone. “Su che tipo di terreno crescono le tue vigne?”

“E’ un terreno particolare, molto leggero, tanta sabbia”, ci spiega. “Ma anche tanto quarzo, e Schiefer (scisti). E’ un tipo di terreno che riflette molto il calore del sole, e a questa altezza è una caratteristica fondamentale”.

Abbiamo attraversato il vigneto storico di Radoar: vecchie vigne di Müller Thurgau e di Zweigelt, che Norbert ci mostra orgoglioso. Qui ha infittito l’impianto, inserendo nuove piante tra le vecchie vigne, prima distanti anche un metro e venti. Notiamo anche l’impianto per l’irrigazione a goccia. “E’ utile ma lo uso pochissimo. La natura perlopiù si equilibra da sé”. Camminare tra questi filari è come fare una passeggiata in un giardino botanico, tante sono le specie vegetali che colorano il vigneto. “La biodiversità è fondamentale, va mantenuta e potenziata. Ogni anno, alternando i filari, semino una grande varietà di specie. E ogni 3-4 anni importo compost vegetale”. Torniamo al maso, per visitare la cantina, col cervello che ribolle di profumi.


La cantina è piccola, giustamente dimensionata ai livelli di produzione, circa 10.000 bottiglie all’anno. Dal 2004 ha iniziato a produrre le selezioni: ora a Radoar nascono cinque vini, tre bianchi e due rossi. Il Müller Thurgau esce in due versioni, così come lo Zweigelt. Completa il quadro uno specialissimo Kerner. L’80% della produzione è venduta in Italia, sopratutto sul mercato locale, altoatesino.

“Come lavori in cantina?”

“Qui dentro entrano solo uve sane, prima di tutto. Questo permette un intervento meno invasivo. Lavoro senza lieviti selezionati, lascio agire i lieviti naturali. Il Müller Thurgau base e il Kerner fermentano e maturano in acciaio. Lo Zweigelt base fermenta in acciaio e matura in legno usato. Il Müller Etza al 75% fa legno, e lo Zweigelt Loach vede solo le botti di rovere francese”. Norbert non ha rinunciato completamente alla solforosa, ma riesce a mantenere il livello sotto agli 80 milligrammi per litro. Ma una caratteristica importante dei vini di Radoar è la bassa gradazione alcolica. “Col tipo di lavoro che faccio in vigna e con le caratteristiche dei miei campi, posso permettermi di fare vini complessi a bassa gradazione. L’alcol si può fare in tutto il mondo, basta lo zucchero. Col vino no, non basta lo zucchero”.

Norbert imbottiglierà i nuovi vini lunedì, quindi assaggiamo direttamente dalle botti. Cominciamo col Müller base, undici gradi e mezzo. Dal bicchiere verdolino sale una nota di mela granny e di erbetta fresca: si fa bere volentieri, giovane e fresco ma con un carattere tipico dei vini montanari. Con l’Etza si cambia marcia. Accostando il bicchiere al naso, sembra di essere tornati nel campo: la biodiversità che arricchisce il vigneto regala al vino una ricchezza straordinaria. Fieno, fiori di campo, ortica, c’è tutta la natura delle Alpi nel bicchiere. E il quarzo o chi per lui aggiunge un bel finale minerale. “In questo vino non mi interessa il Müller: mi interessa l’altezza, il lavoro, la nostra idea. Questo si  deve sentire per primo, al naso e in bocca. Non il Müller”. Il Kerner Radoy è una sorpresa: niente a che fare con i tradizionali Kerner altoatesini, secchi e con gradazioni significative. Il Radoy è un vino da 11% e circa 35 grammi di residuo zuccherino, il tutto equilibrato da un’acidità come si deve. La prima annata risale al 2004. “Ho fatto tutto da manuale, con lieviti selezionati eccetera. La fermentazione si è bloccata, mi è venuto un vino con 25 grammi di zucchero residuo. Seicento bottiglie, sono finite in un attimo. Allora ho deciso di andare avanti con un vino con le stesse caratteristiche: d’altronde è stata l’uva a dirmi cosa fare, non è stata una mia idea”. Non posso non commentare: “Forse non puoi fare Riesling, ma con questo Kerner ci sei andato vicino”. Mi rendo conto che non avrei potuto esprimere giudizio migliore. A Norbert si illuminano gli occhi: ha la Mosella nel cuore, e chissà che prima o poi non ne importi un pezzetto qui a Radoar. Le condizioni ci sono tutte, le competenze anche: questo Kerner lo dimostra senza ombra di dubbio.

Passiamo ai rossi. Lo Zweigelt in purezza, dodici gradi, è un vino fresco, beverino, ancora un po’ ruvido in bocca. Al naso salgono forti la marasca, la susina rossa, i frutti di bosco. Il Loach ha qualcosa di più. Allo Zweigelt Norbert aggiunge un venti per cento di Pinot Nero. “Come ti è venuta l’idea per questo taglio?” “Nel 1999 sono stato nel Burgenland a fare esperienza. Lì con le uve Zweigelt si ottiene molto vino, ma non un vino molto fine: il Pinot Nero gli dà quell’eleganza che manca. Nel Burgerland è un taglio molto diffuso e apprezzato”. Assaggiamo la vendemmia 2008, che verrà imbottigliata tra pochi giorni. Come ci aveva anticipato Norbert, il Pinot Nero ammorbidisce gli spigoli dello Zweigelt e ne arricchisce la complessità di note erbacee e leggermente speziate. Ma è ancora giovane, meriterebbe una paziente attesa.

Uscendo dalla cantina, chiediamo a Norbert se a Radoar si produca anche lo speck. Lui sorride e ci confessa il suo piccolo peccato: “Nella stalla dei maiali ho fatto la distilleria…”. E in effetti, a fianco dell’edificio in legno che ospita le sue vacche da carne, in una piccola stanza piastrellata, tra le cassette con le bottiglie dei distillati compare l’alambicco per le grappe. E’ l’ultimo passaggio della visita al maso, forse quello che ci dà la conferma definitiva su Norbert, il suo approccio al lavoro e le sue passioni. Amante della natura, contadino di mestiere, allevatore per gioco, ma con la vigna sulla punta del cuore. Non ci lascia senza aggiungere: “Anche in Sudtirol non è facile trovare un buono speck: ma quando vi capita di trovarlo, assaggiatelo con un riesling”. L’ultimo consiglio del contadino Norbert, che non produce speck ma sogna di fare riesling come lo fanno in Germania.

Ci  salutiamo all’uscita del piccolo punto vendita, dove, purtroppo, non resta che qualche bottiglia di Zweigelt. Vorrà dire che dovremo tornare a trovarlo, a breve, prima che l’Etza, il Radoy e il Loach spariscano nei  magazzini dei distributori. Ma prima di rimetterci ai pedali, chiediamo a Norbert il significato della ruota, simbolo dell’azienda agricola. “Radoar significa “campo rotondo”. Il cerchio rappresenta poi il mio approccio alla terra: totale, completo, pieno. Infine io, la mia famiglia, questo maso, siamo parte della ruota della vita che ci mantiene e ci muove”. Nella discesa che ci porta da Velturno a Chiusa, lasciamo andare le ruote delle nostre biciclette. In un attimo siamo in valle, in mezzo al traffico, tra il viadotto dell’autostrada e un’infinità di cantieri. Ricominciamo a pedalare.

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