In fuga dal bosco di acciaio.

A Boretice (Moravia) per conoscere gli Autentisti.

giovedì 5 agosto 2010

Siamo in viaggio da più di dieci giorni: con le nostre biciclette siamo usciti dall’Italia superando il Brennero, attraversato l’Austria e strisce di Germania, sfondato la cortina di ferro per conquistare il territorio ceco. Oggi, finalmente, ci lasciamo alle spalle quei residui di nazioni ed entriamo a Boretice, nel cuore della Svobodna Spolkova Republika Kravi Hora. Abbiamo un appuntamento, una visita organizzata da tempo. Le ruote girano ansiose giù per la discesa di Vrbice, sulla schiena di una collina puntellata dalle vigne. All’hotel abbiamo giusto il tempo di farci una doccia e levarci di dosso tutine e salvaculo: Bogdan Trojak ci aspetta, come da accordi, nel cortiletto dell’albergo. Retorica a parte, è sempre bello stringere la mano a chi, per qualche tempo, è rimasto soltanto una firma in fondo a messaggi elettronici, o al massimo un volto rubato da immagini web. Uno, due, tre, noi ci siamo, lui pure e non resta che avviarci verso la cantina: non dista più di duecento metri, e quello che ora è un dettaglio da poco a fine serata sarà una benedizione della buona sorte.

Di Bogdan Trojak sappiamo poche cose: che è giovane, scrive poesie, coltiva la vigna, produce vino e ha un piccolo gruppo di amici vignaioli, gli Autentisti, che condividono le sue scelte. Cosa significhi davvero, abbiamo tutto il tempo di scoprirlo.

Sguardo rapido alla sua cantina per le degustazioni, uno dei tradizionali sklepy che costeggiano la stradina del borgo: ma la giornata è buona, il paesaggio merita ed è meglio sedersi tranquilli sulle panche di legno in giardino. Prima ancora di iniziare a chiacchierare, Bogdan porta in tavola una brocca d’acqua e la prima bottiglia di vino. La prima servirà soltanto a pulire i bicchieri.

“Dei miei vini oggi posso farvi assaggiare solo prove da botte. Io credo sia un bene, perchè dal vino giovane si capiscono tante cose”. Sono i vini della vendemmia duemilanove. Aspetto a iniziare l’interrogatorio, Bogdan ha deciso di dare spazio al vino e noi, obbedienti, condividiamo la scelta. L’etichetta di prova recita: KAICH. Il bicchiere esclama: “Benvenuti a Boretice, da adesso si cambia musica”. E’ sparito il vino verdolino che ci aveva dissetato nei giorni precedenti, è comparso un liquido solare, acceso, prezioso. Scopriamo profumi. La bocca si riempie, il vino ci piace e inizia la festa.

“Kaich è un personaggio storico, il protettore di s. Venceslao. Vino da uve Veltlinske zelene e Ryzlink vlassky: viene dai miei vigneti più vecchi, terreni sabbiosi”. E’ un vino leggero, di undici gradi. E questo è negli standard moravi. Ma è un vino complesso nei profumi e sulla lingua, come si vede ad una prima occhiata. Che succede qui? Qualcosa non torna. “Fermentazione spontanea, macerazione sulle bucce, maturazione in legno. Non uso lieviti selezionati: non mi piace andare a comprare gli aromi al negozio, non voglio profumi prenotabili”. Senza trucchi, senza cambiare le cifre dell’equazione. “E’ una tua particolarità la maturazione in botte, mi sembra di aver capito che non c’è una grande propensione all’invecchiamento dei vini qua in Moravia. I bianchi sono sul mercato già a primavera…”. “Anche a febbraio”, rinforza Bogdan, amaramente. “Ma noi dobbiamo e vogliamo lavorare lentamente: questo vino è differente.”

Arriva la seconda bottiglia, etichetta curata (disegni di Bogdan) in linea con la prima. Acidità ruspante, una granita salata agli agrumi che ci placa per bene la sete, e vien voglia del bis. SPRASZ, Veltlinske zelene in purezza, dai vigneti giovani, piuttosto calcarei. Sprasz, in ceco, significa loess. Bogdan ha tre vigneti, il primo piantato direttamente da lui, nel 2002, gli altri due, con vigne vecchie di trentanni, acquistati in seguito. In tutto, poco più di un ettaro.

Sei nato a Boretice? “No, sono nato a Ceski Tesin, vicino ad Ostrava, sulla frontiera polacca”. Zona di birra e miniere. E il vino? “I miei nonni erano vignaioli in Stiria.  E ho qualche radice in Italia”. Transnazionalismo ante-litteram, nei vasti confini dell’impero asburgico. “Ho studiato giurisprudenza e giornalismo. Ma tra la carriera di avvocato e il vino, ho sempre preferito il vino. Ho iniziato scrivendo articoli per riviste di settore. Poi ho deciso di venire qui, e ho comprato il primo vigneto”. Avevi già le idee chiare? “L’unica cosa chiara era la voglia di fare vino. All’inizio ho fatto tutto in modo tradizionale: andavo anche in negozio a comprare i lieviti! Già il secondo anno ho iniziato con le fermentazioni spontanee. Poi ho iniziato a diminuire la solforosa, ora sono intorno ai 20 milligrammi per litro”. La svolta? “Ho iniziato a guardarmi intorno e a studiare: poi ho conosciuto grandi vignaioli, per me, che hanno avuto una grande influenza sul mio lavoro: Angelino Maule, poi Norbert Blasbichler di Radoar, il toscano Cianferoni. Di Angelino ho trovato un articolo su internet. Gli ho scritto una mail e sono andato a trovarlo a Gambellara. Una svolta, davvero”.

La terza bottiglia è un altro Veltlinske zelene in purezza, duemilanove, prodotto da un amico in un cru di Starà Hora, storico e molto vocato, vicino ad Austerlitz. “Retrogusto tipico del vigneto, terreni ricchi di magnesio. E’ una zona secca: grappoli maturi, vini più alcolici”. Tredici gradi ma dalle spalle ben coperte: per quello che abbiamo avuto modo di bere nei giorni scorsi, la mineralità non è un punto di  forza dei bianchi moravi, e in questa bottiglia apprezziamo parecchio l’originalità.

Al volo, parte l’assaggio di un esperimento: Ryzlink rynsky, il riesling renano, completamente senza solfiti. “Un altro mondo”. Lo  dice Bogdan, io annuisco con la bocca piena. Ecco chi sono gli Autentisti! “Qua c’è un po’ il senso del gruppo. Seguiamo la natura nella vigna, e cerchiamo di essere coerenti in cantina. Siamo sei, tutti giovani, tutti di questa zona. I giovani sono più attenti a questi cambiamenti, anche se in realtà non c’è niente di nuovo nel fare vino in questo modo, anzi”.

La gita prosegue. KOCINKA, ottanta per cento Pinot nero e il resto Frankovka. Vendemmia duemilaotto, maturato in rovere, una perla nera nel mare di bianco. Un taglio particolare. “E’ una creatura mia!”. Come la bottiglia dopo, un anno più vecchia, come prima ma col Merlot. “Il Merlot gli dà sapori piccanti, mediterranei”. Sapori che fanno brontolare lo stomaco, riempito per miracolo con il goulasch riscaldato da Bogdan sul classico trepiedi, a cavallo del fuoco di rami di vigna.

Al tavolo, ormai disseminato di bottiglie semivuote, ci raggiunge Ota Sevcik, autentista pure lui, che ci guida nei suoi vigneti. Lunghi filari a spalliera innervano dal basso verso l’alto il dorso della collina che sormonta il paese. Allevamento all’austriaca, a file strette e con altezze ridotte. Si vede qualche problema fogliare. “Nei vigneti usiamo solo zolfo, rame e preparati biodinamici. Ma è difficile: quest’anno abbiamo grossi problemi con la peronospera. Giugno è stato molto piovoso e caldo: tempo perfetto per i funghi, non per l’uva! Io ho problemi maggiori sui vigneti argillosi, meno problemi sui vigneti sabbiosi: credo che in generale questi terreni siano migliori, per la coltivazione biologica”. Nella cantina di Ota, piccola e curata, c’è spazio solo per il legno. Mostro a lui e a Bogdan il volantino di una cantina dei  dintorni di  Mikulov, visitata il giorno prima. Ota la guarda, sorride e dice qualcosa in ceco. Bogdan traduce: “Il bosco di acciaio”. Ci siamo capiti. Direttamente dalle botti, assaggiamo un Veltlinske zelene, un Ryzlink rynsky che ha poco da invidiare ai campioni renani e che ha una lunga vita davanti, un taglio Modry Portugal (Portugieser)– Cabernet sauvignon e uno Cabernet Sauvignon- Pinot nero, che son giovani, meritano ancora un po’ di pazienza, ma hanno stile. Ricordano il creatore, vignaiolo di poche parole, dagli occhi seri e il sorriso simpatico.

Torniamo in cantina da Bogdan, c’è del lavoro da finire. Le bottiglie di prima non potranno mica restare a ossidarsi? Comincia a farsi tardi e gli appunti più radi. Ricordo che è arrivato Richard Stavek, ad una certa ora, contadino, vignaiolo, fattore a trecentosessanta gradi, autentico anche lui. Ricordo che Bogdan ci onora aprendo una bottiglia di Stavekgnac, distillato di vino invecchiato in rovere prodotto da Richard nel 1998, in sole duecento bottigliette. Una è qui, davanti a noi, e ci entusiasma dall’alto dei suoi quarantotto gradi che non si sentono in bocca, ma dopo di più. Ricordo che il discorso finisce su Gravner, e Bogdan ci stupisce di nuovo tirando il collo  ceramico di un vino d’anfora di Ewald Tscheppe, vignaiolo stiriano. Ricordo che finiamo in rosè, Frankovka ma non chiedetemi dettagli. Ricordo una mezza giornata tra viti e vino, scortati da persone per bene che sanno fare il proprio mestiere, che coltivano la vigna, non l’albero dei talleri.

Torniamo nella nostra stanza ciondolando e con un pensiero fisso: domani, appena svegli, chiederemo asilo politico nella libera Repubblica di Kravi Hora.

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