La vigna è intelligente.

Qualche ora con Luigi Spagnolli, vignaiolo curioso e tecnico pentito.

30 agosto 2010

Una piccola trasgressione meccanica, ma sicuro ne vale la pena. E poi siamo tanti, alcuni vengono da lontano, non sappiamo bene dove andiamo, la compagnia è eterogenea ed il bello è proprio questo. La bici rimane a casa ma l’obiettivo è in linea, come si diceva una volta: non propriamente ortodossi, ma pecchiamo nella tattica, strategicamente siamo ancora a piombo.

Nel mirino Vilar, la piccola azienda di Luigi Spagnolli. Ci aspetta nel punto vendita di Villalagarina: amico di amici, amico di mio padre, se ne parla un gran bene. Formato a San Michele, non un improvvisato: basi tecniche a reggere le sue idee, chiare e pulite, su un modo di fare vino che parte dalla natura e non intende andare troppo oltre. “Da tempo si fa sempre più prepotente dentro questa azienda il bisogno del rispetto per l’uomo e per il territorio”, si legge sul suo sito, ed è il miglior biglietto da visita che potesse offrirci. Con me, il vignaiolo moravo Bogdan Trojak con la moglie, Milan Magni, cuoco artista vignaiolo ceco ma dal cognome evidentemente brianzolo, lo zio Dario e l’amico Maurizio, contadini romagnani, il fido cognato neopadre giornalista di settore nome in codice Berghem, Charlie e Stella dai quali molto di tutto questo è iniziato.

Luigi è in piazza, perde una sillaba e diventa Gigi, ci accompagna nella saletta e cominciamo a chiacchierare. Siamo una strana combriccola e con la lingua non è una passeggiata: ma riusciamo a cavarcela, la lingua del vino è meglio dell’esperanto. Cominciamo con le bollicine, un metodo classico vendemmia 2006, sboccatura intorno a pasqua 2010, cinquanta pinot nero cinquanta chardonnay. E’ bello cominciare così, perchè proprio dallo spumante è partito uno degli input che ci ha portato qui, quando ho scoperto che la base del nostro trentodoc familiare arrivava dritta dritta dalle vigne di Luigi Spagnolli convertitosi alla biodinamica. “Sono in conversione”, ci dice, e si potrebbe parlare per ore delle certificazioni necessarie per essere battezzato con tutti i crismi, ma siamo tutti d’accordo che i certificati non servono a molto. Anche lo zio Dario si sta convertendo. Maurizio è già convertito, si vede dall’espressione serena.

Ma cosa sarà questa biodinamica è difficile da spiegare. Ci devi credere, e devi crederci quando vedi i risultati in vigna. E poi in cantina devi essere conseguente, altrimenti sei solo a metà dell’opera. Poi chiamali come vuoi, viniveri o vininaturali. “Sono vini difficili, al primo impatto. Io credo che per capirli sia necessario cambiare dimensione: poi non torni più indietro, ai vini perfettini, fruttatini”. Gli amici moravi se la ghignano, hanno capito perfettamente i vezzeggiativi. “Sono vini con personalità, struttura, ricchezza, pur con qualche imperfezione”. Gigi dice di non aver vita facile, commercialmente parlando. Percorrere questa strada non è certo un aiuto. “E dire che ho prodotti abbastanza normali. Ci sono prodotti, nel mondo dei vini cosiddetti naturali, decisamente più difficili”.

Il Nosiola 2009 che testiamo in seconda battuta difficile non è. Un bel Nosiola fresco e schietto, senza alchimie. Fermentazione spontanea, come tutti gli altri vini da diversi anni a questa parte. “Credo sia davvero un punto fondamentale. Ci hanno riempito la testa di finte verità: impossibilità delle fermentazioni spontanee, necessità di un controllo ossessivo della temperatura… Io ho ri-iniziato a usare vasche di cemento, senza controllo della temperatura: sono arrivato anche a trenta gradi. Anche con i bianchi si può arrivare a ventisei-ventisette gradi: non è vero che è necessario tenere le temperature basse. E’ ovvio che per fare tutto questo devi preparare tutto in campagna: prodotti sistemici e fermentazioni spontanee non vanno d’accordo, evidentemente”.

Ritorno al passato. “Stiamo tornando a fare quello che facevano i nostri vecchi. Quando ero bambino il lavoro era semplice: l’uva arrivava in cantina nelle brente, la si caricava con la forca nella garela e da lì andava nei vasconi. La sera eri stanco morto, ma non avevi altro da fare. Niente lieviti, niente controllo della temperatura, niente di niente. Feva tut l’ua”. Quando hanno iniziato a cambiare le cose? “I problemi sono venuti fuori con i primi prodotti sistemici: arresti di fermentazione, odori strani… tutti si domandavano perchè, ma il perchè è chiaro. Per fare fronte a questo hanno introdotto i lieviti selezionati. Hanno creato la malattia per poi venderci la medicina per eliminare i sintomi”.

Il Marzemino che arriva per terzo vuole dimostrare esattamente quanto poco conti l’esaperazione tecnologica. Tutto cemento (“Beton”, in ceco, ci dice Bogdan). Fermentazione spontanea, come natura crea. E il cemento? “E’ un materiale neutro” ci spiega Gigi, “ma meno riducente dell’acciaio”. Sul sito avevamo letto che per questo marzemino si ricorreva ad una parte di uve appassite. “Basta appassimento”, ci comunica. “Credo che il marzemino debba esprimere le sue caratteristiche di semplicità, la sua personalità sincera. Ho vigne bellissime, pulite, magre: posso lasciare l’uva una settimana in più senza problemi di marciume, e questo mi permette di avere un bel marzemino senza bisogno di appassire”. Gigi non crede che si debba falsificare la natura di questo vino: è convinto che il marzemino non abbia grandi caratteristiche, meglio fargli raccontare quello che sa, che sarà pure una storia semplice ma sempre affascinante, se narrata per bene.

Un’altra storia la racconta il Cabernet Sauvignon, vendemmia 2005, tre anni in botti da tre ettolitri e mezzo di legno vecchio non tostato, e un annetto in bottiglia. A me il Cabernet in sé non fa girar la testa, ma allo zio – che ne è un cultore- questo bicchiere fa brillare gli occhi. Ne nasce una lunga parentesi sul “vin che ‘l sa de zimesi”, sulla storia e le possibilità del Carmenere in Trentino, su che diavolo di tipo sarà il Cabernet del Maurizio. E senza accorgersene si arriva alla Morela: Lagrein, Teroldego, Merlot, Cabernet e una punta curiosa di Tempranillo, vendemmia 2005. Gli ultimi tre barriquano. Un bordolese che si fonde con la tradizione dei due rami degli Asburgo, c’è mezza Europa in questo bel vino, in cui Gigi sente la frutta dei nostri rossi e il cognato il verde dei francesi. Un vino che fa discutere, niente di più europeo!

Nella nostra Europa in miniatura le questioni linguistiche sono in cima alle mie preoccupazioni. Ma Bogdan ci rassicura, il nostro dialetto si capisce piuttosto bene, mica come il noneso: quella volta che andò alla ricerca di vigne a piede franco e non capì una mazza, in mezzo al Groppello. “Cerchi vigne a piede franco?” chiede Gigi. “Abbiamo appena salvato un vigneto ad Avio, assieme agli amici dei Dolomitici (http://idolomitici.com/ ). Vigne vecchissime di Lambrusco a “foia zicolada” (“zicolaa”, nella pronuncia lagarina). Enantio lo hanno ribattezzato, inventandosi un nome per dargli un tono commerciale. Son terreni sabbiosi, inondati dall’Adige ad ogni piena: inondazioni che hanno salvato le vigne dalla filossera”. Che pianta meravigliosa, ci racconta Gigi: “E’ una vigna intelligente: se un grano si ammala, lo perde!”. Che ci volevano piantare in quel vigneto, dopo aver estirpato questa meraviglia? Pinot grigio? Chardonnay? Non me lo ricordo, ho un vuoto negli appunti, ma sicuro non deve essere stata un’idea intelligente quanto quella vigna.

Prima di fare un salto nei vigneti – le giornate si accorciano e presto arriveranno le stelle, nel cielo trentino- ci godiamo un marzemino passito, vendemmia 2007, sedici gradi alcolici e  60 grammetti di residuo zuccherino. Una piccolissima produzione fuori commercio, con uve del vigneto di un amico. I grappoli vengono appesi su fili tra i travi di un sottotetto, fino a febbraio. Rimangono belli distanti, non c’è nessun problema di muffe. Mi sforzo ottusamente di riconoscere un aroma, mi sembra netto, ma lo sa Dio cosa potrebbe essere. Poi capisco che non è un aroma ma ben altra sensazione, di più del naso, ben oltre. Una sensazione gommosa. Che bella, questa me la ricorderò. “Quest’anno ho fatto due prove: una con la fermentazione “da tecnico”, una con la fermentazione spontanea. Il vino da fermentazione spontanea ha la volatile un po’ più alta, ma una complessità molto superiore”. Solforosa da passito? “No no, riesco a tenerla sotto i quaranta milligrammilitro”. Sentito questo, ne bevo un altro bicchiere. Per il viaggio, come direbbe la nonna.

Su nel vigneto non abbiamo più molto tempo. Riusciamo a vedere dalla strada le vigne di Pinot nero, di cui assaggeremo il frutto, le belle vigne di Traminer (e anche di questo non mancheremo di fare un assaggio), una panoramica del declivio della destra Adige dalla terrazza del magazzino. Dentro il quale, per un’oretta, la chiacchierata prosegue, tra le etichettatrici, i cartoni marchiati Vilar e le anfore comprate per una nuova stagione di esperimenti. Sarà un piacere tornare da queste parti, tra un anno, per apprezzare i nuovi risultati di un vignaiolo che non si ferma mai.

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