Lo strano caso del Lambrusco del nord

I contadini lo hanno sempre chiamato Lambrusco, o meglio, Lambrusco “a foia zicolada” (a foglia frastagliata), per distinguerlo dall’altro vitigno, il “foia tonda”,  un tempo caratteristico  della zona meridionale della valle dell’Adige, a cavallo tra Trentino e Veneto. Parente del più famoso Lambrusco emiliano? Niente da fare. Il Lambrusco “a foia zicolada” è frutto di questa terra, nato da incroci naturali con la vite selvatica, “labrusca”, che cresceva spontaneamente nei boschi: e questa non è leggenda, ma il risultato di studi sulla dotazione genetica di questo strano vitigno. Un vero autoctono, insomma.

Qualcuno ne avrebbe potuto sentire parlare sotto il nome di Enantio: così hanno pensato infatti di ribattezzarlo, per costruirne un’improbabile fortuna commerciale, legandolo alla denominazione Terra dei Forti. Missione fallita, come ci spiega Eugenio Rosi, vignaiolo di talento puro con cantina a Calliano, nei pressi di Rovereto: “Hanno inventato un marchio e un nome, ma hanno estirpato tutti i vigneti. Di un vitigno che contendeva al Marzemino il dominio del fondovalle, non sono rimasti che pochi ettari. Il Lambrusco è un vitigno rustico, resistente e molto adattabile: era il vitigno giusto al posto giusto, perché si inseriva perfettamente nel sistema misto che caratterizzava l’economia della zona. I contadini preparavano la vigna, poi andavamo in malga e se la dimenticavano fino ad autunno inoltrato, quando si vendemmiava”. Ci voleva un vitigno robusto e indipendente, un po’ come i montanari che lo coltivavano e ne bevevano il vino.

“Questa vigna è intelligente”, ci conferma Luigi Spagnolli, vivace proprietario dell’azienda agricola Vilar. “Se un grappolo è attaccato dalla peronospora, perde i grani malati. Si cura da sé, è una pianta meravigliosa”. Luigi ci racconta una storia significativa: nella zona di Avio, al confine con la provincia di Verona, c’è un vigneto che rappresenta un pezzo di archeologia della viticoltura trentina, poco più di mezzo ettaro di viti ultracentenarie, sopravvissute alla filossera. Vigne a piede franco di Lambrusco “a foia zicolada”, come non se ne trovano più, salvatesi dal flagello di inizio XX secolo grazie ai terreni sabbiosi che costeggiano l’Adige e al nerbo robusto del vitigno. Sopravvissute alla filossera, rischiavano di non sopravvivere alla scarsa lungimiranza dei nuovi proprietari, che avevano già la roncola in mano e la ferma volontà di fare un nuovo impianto. Fortunatamente sono intervenuti i Dolomitici, undici vignaioli trentini uniti in libera associazione, sorta di supereroi moderni che hanno bloccato lo scempio e preso in affitto il nonno dei vigneti trentini. Senza mantello e maschera, ma armati di forbici e cassette, nel 2010 hanno effettuato la prima vendemmia: sulle poche bottiglie prodotte si leggerà a chiare lettere Lambrusco, mettendo nel cassetto quell’Enantio nato negli studi di marketing e fallito senza appello.

I Dolomitici (www.idolomitici.com) sono “undici viticoltori uniti dall’amicizia, dalla solidarietà e da una visione comune: la valorizzazione dell’originalità e della diversità della viticoltura trentina nel rispetto di un’etica produttiva condivisa”. Il vigneto a piede franco salvato dalla roncola è il simbolo più chiaro di questa impostazione produttiva che non guarda semplicemente al passato, con nostalgia, ma è proiettata in avanti e propone a tutti un modello di viticoltura che può reggere davvero le sfide future. Senza bisogno di appellativi e definizioni ardite, “naturale”, “vero”, “biodinamico”… il vino prodotto senza forzature, rispettando l’equilibrio della vigna e del terreno, evitando manomissioni e sofisticazioni in cantina è semplicemente “normale”. “Più buono”, ci dice Eugenio Rosi, versandoci un altro bicchiere.

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